“Il miele del potere”. La lungimirante lezione di Fidel Castro che il mondo non ha ancora appreso.
di Federica Cresci, Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista.
Negli ultimi mesi, osservando il dibattito che attraversa Cuba, mi sono tornate spesso alla mente due riflessioni di Fidel Castro che considero tra le più profonde e attuali della sua lunga esperienza politica.
La prima risale al novembre del 2005, quando, parlando all'Università dell'Avana, pronunciò una frase destinata a fare il giro del mondo: "Questa Rivoluzione può distruggere sé stessa." Molti rimasero sorpresi. Da decenni Cuba resisteva al bloqueo economico, alle aggressioni, alle campagne mediatiche, ai tentativi di isolamento internazionale. Eppure Fidel non indicava come pericolo principale l'imperialismo statunitense. Non perché ne sottovalutasse la minaccia. Nessuno meglio di lui conosceva il prezzo pagato dal popolo cubano per oltre sessant'anni di assedio. Ciò che Fidel stava dicendo era qualcosa di ancora più profondo.
Una rivoluzione può sopravvivere alle aggressioni esterne. Può resistere alle invasioni, alle sanzioni, ai sabotaggi economici e alle campagne di disinformazione. Ciò che può distruggerla davvero è la perdita del proprio fondamento etico. Il momento in cui il potere si separa dal popolo che dovrebbe servire. Il momento in cui il burocratismo prende il posto della partecipazione, i privilegi sostituiscono il sacrificio e la gestione dell'esistente prende il posto del progetto di trasformazione sociale. Fidel non stava lanciando un semplice ammonimento morale. Stava affrontando uno dei problemi più complessi della storia del movimento rivoluzionario: come impedire che il potere trasformi coloro che sono chiamati a esercitarlo.
Quattro anni dopo, nel 2009, tornando sulla vicenda che coinvolse Carlos Lage e Felipe Pérez Roque, Fidel utilizzò un'altra espressione destinata a lasciare il segno: "La miel del poder", Il miele del potere.
Anche in questo caso sarebbe un errore ridurre quelle parole a un episodio specifico. Fidel non parlava soltanto di due dirigenti. Parlava di una dinamica che può manifestarsi in qualsiasi processo politico. La "miel del poder" non è soltanto il privilegio materiale. È qualcosa di più sottile. È il prestigio che accompagna gli incarichi. È l'abitudine a essere ascoltati. È la convinzione di essere indispensabili. È la progressiva identificazione tra il proprio destino personale e quello del progetto collettivo. È il momento in cui si smette di considerare il potere come uno strumento e si comincia a viverlo come un diritto acquisito. Per questo Fidel attribuiva tanta importanza alla critica e all'autocritica. Non come rituali formali, ma come strumenti indispensabili per la sopravvivenza stessa della Rivoluzione.
Ho ripensato spesso a queste parole leggendo discussioni, articoli e interventi provenienti da Cuba. Non mi riferisco ai professionisti della dissidenza finanziata dagli Stati Uniti né a coloro che da decenni sognano il ritorno dell'isola all'orbita di Washington. Mi riferisco a rivoluzionari, giornalisti, intellettuali e militanti che difendono il socialismo cubano e che proprio per questo ritengono necessario interrogarsi sui problemi che la Rivoluzione deve affrontare. In questi dibattiti ricorrono temi che Fidel aveva già individuato molti anni fa: il ruolo dei quadri dirigenti, il rapporto tra istituzioni e popolo, il rischio del burocratismo, la responsabilità etica di chi esercita funzioni pubbliche, la necessità di preservare il carattere socialista del processo rivoluzionario.
Figure come Abel Prieto, Graziella Pogolotti, Rafael Hernández e molti altri continuano a intervenire nel dibattito pubblico da posizioni chiaramente rivoluzionarie. Non per demolire la Rivoluzione, ma per difenderla. Non per fornire argomenti ai suoi nemici, ma per evitare che errori, rigidità o distorsioni possano indebolirla.
Non spetta a me, europea ed italiana, impartire lezioni ai cubani. Sarebbe presuntuoso e profondamente sbagliato. Saranno i rivoluzionari cubani a discutere il futuro della loro Rivoluzione e ad individuare le strade per rafforzarla. Proprio per questo guardo con interesse e rispetto a quel dibattito.
La mia fiducia nella Rivoluzione cubana non nasce dall'idea che essa sia perfetta o immune dagli errori, ma dal fatto che vedo ancora uomini e donne disposti a discutere apertamente quei problemi senza rinunciare ai principi del socialismo, dell'internazionalismo e della giustizia sociale.
Ed è proprio osservando questo dibattito che diventa inevitabile volgere lo sguardo verso l'Europa e verso l'Italia. Perché mentre a Cuba esistono ancora rivoluzionari che discutono di etica, di partecipazione popolare, di responsabilità politica e di rapporto tra dirigenti e popolo, una parte consistente della sinistra europea ed italiana sembra aver smesso persino di interrogarsi sulle proprie trasformazioni.
Non si tratta di una critica morale. Mi interessa capire come sia stato possibile che forze politiche nate per rappresentare il lavoro, i salariati, i pensionati, i precari e gli esclusi abbiano progressivamente smesso di parlare il linguaggio della questione sociale. Per decenni milioni di persone hanno guardato alla sinistra come al soggetto politico che avrebbe dovuto difendere il lavoro, contrastare le disuguaglianze, redistribuire la ricchezza, garantire l'accesso universale alla salute, all'istruzione e ai diritti fondamentali.
Oggi molti di quei cittadini non si riconoscono più in quelle forze politiche. Non perché siano diventati improvvisamente conservatori o ostili alla solidarietà. Molto spesso perché vedono una sinistra che ha progressivamente accettato come inevitabili gli stessi meccanismi economici e geopolitici che un tempo avrebbe contestato.
Nel corso degli ultimi decenni una parte significativa del centrosinistra europeo ha interiorizzato categorie, priorità e interessi che appartengono alla visione del mondo delle élite occidentali. Non si tratta soltanto di un allineamento diplomatico agli Stati Uniti. Si tratta di una vera e propria colonizzazione ideologica che ha portato ad assumere come naturali l'espansione della NATO, il riarmo, la centralità dell'apparato militare occidentale, la subordinazione della politica all'economia finanziaria e perfino la convinzione che non esistano alternative possibili all'ordine neoliberale.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La precarietà del lavoro è cresciuta. I salari hanno perso potere d'acquisto. La casa è diventata sempre più difficile da ottenere. La sanità pubblica arretra. L'istruzione fatica a svolgere la funzione di ascensore sociale che aveva avuto in passato. Eppure questi temi raramente occupano il centro del discorso politico.
La sinistra che avrebbe dovuto rappresentare le classi popolari sembra spesso più impegnata a dimostrare la propria affidabilità nei confronti dei mercati, delle istituzioni finanziarie e degli equilibri geopolitici occidentali che a costruire un'alternativa sociale credibile. In questo contesto si inserisce anche il progetto del cosiddetto campo largo. Ci viene detto che la priorità assoluta è battere la destra. Ma batterla per costruire quale alternativa?. Per proporre quale modello sociale? Per difendere quali interessi?
Se l'obiettivo si limita a sostituire una classe dirigente con un'altra senza affrontare le ragioni profonde che hanno allontanato milioni di persone dalla sinistra, il risultato rischia di essere ancora una volta la disillusione.
Una parte dell'elettorato continuerà a farsi sedurre dalle promesse populiste della destra. Un'altra parte si rifugerà nell'astensione. Quest'ultima viene spesso descritta come indifferenza o disinteresse. Ma non sempre è così.
Talvolta l'astensione rappresenta la presa d'atto che nessuna delle forze in campo appare in grado di rappresentare gli interessi delle classi popolari. Per anni agli elettori è stato chiesto di scegliere il meno peggio. Di accantonare le critiche in nome dell'emergenza del momento. Di votare contro qualcuno piuttosto che per qualcosa. Ma una politica che si limita a chiedere consenso senza offrire una prospettiva di trasformazione sociale finisce inevitabilmente per perdere credibilità.
Ed è qui che le parole di Fidel tornano ad assumere un significato che va ben oltre i confini di Cuba.
Perché la "miel del poder" non riguarda soltanto chi governa una rivoluzione, ma anche chi, nato per rappresentare il lavoro e gli esclusi, finisce per cercare soprattutto il riconoscimento delle élite economiche, mediatiche e istituzionali. Può riguardare chi smette di trasformare il sistema e si limita ad amministrarlo; chi nasce per contestare l'ordine dominante e finisce per adottarne il linguaggio, le priorità e perfino gli interessi.
Se Fidel temeva che la Rivoluzione cubana potesse smarrire sé stessa sotto il peso del burocratismo e del "miel del poder", osservando l'Europa e l’Italia, viene da chiedersi se una parte della sinistra non abbia già attraversato quel processo. Non con la repressione o la sconfitta, ma attraverso una progressiva integrazione nell'universo politico, economico e culturale che avrebbe dovuto contrastare.
Per questo continuo a guardare con interesse al dibattito che oggi attraversa il campo rivoluzionario cubano. Non perché Cuba sia priva di problemi o perché la Rivoluzione non debba affrontare sfide enormi. Ma perché vedo ancora una comunità politica che discute apertamente di sé stessa, che si interroga sui propri errori e che continua a considerare la critica e l'autocritica strumenti indispensabili per la difesa del progetto socialista.
La mia fiducia nella Rivoluzione cubana non nasce dall'idea che essa sia immune dagli errori, ma dalla convinzione che esistano ancora rivoluzionari disposti a discuterli apertamente per salvaguardarne i principi fondativi. Perché una rivoluzione può sopravvivere ai suoi errori se conserva la capacità di riconoscerli.
Molto più difficile è salvare chi ha smesso perfino di interrogarsi sulle proprie trasformazioni. Ed è forse questa la domanda che dovremmo porci anche noi. Non per giudicare Cuba, ma per riflettere sul destino della sinistra italiana ed europea. Se esiste una possibilità di ricostruire un'alternativa, essa non nascerà dall'ennesima alleanza elettorale costruita per battere la destra, né dalla semplice sommatoria di sigle e gruppi dirigenti.
La crisi della sinistra nasce dall'abbandono della lotta di classe come terreno fondamentale dell'azione politica e per troppo tempo una gran parte di essa ha progressivamente sostituito il conflitto sociale con la gestione dell'esistente, fino ad assumere come inevitabili gli stessi assetti economici e geopolitici che avrebbe dovuto contrastare.
Una reale alternativa potrà nascere soltanto tornando ad organizzare e sostenere le lotte di chi vive del proprio lavoro, di chi subisce la precarietà, lo sfruttamento e le disuguaglianze prodotte dal sistema. Non per rappresentarle dall'alto, ma per costruire insieme ad esse una prospettiva di trasformazione sociale capace di rimettere al centro il lavoro, la giustizia sociale e la redistribuzione della ricchezza.
Ed è forse questa, al di là delle differenze storiche e politiche, la lezione più profonda che possiamo trarre dalle riflessioni di Fidel: nessun progetto di emancipazione può sopravvivere se smarrisce il legame con il popolo che pretende di rappresentare.

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